Letta di continuità e di governo

Alla centrale idroelettrica di Fies, in Trentino, c’è qualche indizio utile per spiegare l’ascesa politica di Enrico Letta (“giovane, anzi, secondo i precedenti e gli standard italiani, molto giovane”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidandogli ieri l’incarico di formare il governo), per scandagliare le sue idee sull’economia e i suoi legami con i presunti “poteri forti”. Non è da tutti, infatti, saper prendere una centrale idroelettrica semiabbandonata e trasformarla nel cuore pulsante della “festa dell’Unità per fighetti”, come qualcuno ha ribattezzato l’appuntamento agostano annuale di VeDrò, think tank fondato nel 2005 dallo stesso Letta. Cerasa Letta, Napolitano, l’anti rupture e la vera storia di come è nato l’incarico - Feltri Ritratto di un premier da cucciolo - Editoriale Un governo oltre la necessità - Maroni: "Faremo un'opposizione di stimolo al governo"
Immagine di Letta di continuità e di governo
Alla centrale idroelettrica di Fies, in Trentino, c’è qualche indizio utile per spiegare l’ascesa politica di Enrico Letta (“giovane, anzi, secondo i precedenti e gli standard italiani, molto giovane”, ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, affidandogli ieri l’incarico di formare il governo), per scandagliare le sue idee sull’economia e i suoi legami con i presunti “poteri forti”. Non è da tutti, infatti, saper prendere una centrale idroelettrica semiabbandonata e trasformarla nel cuore pulsante della “festa dell’Unità per fighetti”, come qualcuno ha ribattezzato l’appuntamento agostano annuale di VeDrò, think tank fondato nel 2005 dallo stesso Letta. Professori (come Filippo Andreatta, Stefano da Empoli, Michel Martone, Giulio Napolitano, Andrea Romano), politici, registi, imprenditori e manager (Anna Maria Artoni, Ivan Lo Bello, Paolo Merloni, Luisa Todini, Francesco Caio, Antonio Calabrò, Antonio Campo dall’Orto, Corrado Passera, e molti altri), giovani o quantomeno giovanili, s’incontrano “per riflettere sulle declinazioni future dell’Italia”, con discreto successo mediatico. Il tutto si svolge – e questo è parte del capolavoro del giovane che tutela gli anziani e non ha fregole rottamatrici, prendano nota Giuliano Amato e Matteo Renzi – negli spazi lasciati liberi all’interno di un impianto rimesso generosamente in sesto dall’Enel, partner attento di VeDrò. C’è poco Flaiano, dunque, nel mix lettiano: la testa è ogni tanto nelle nuvole degli scenari futuri, ma i piedi sono sempre ben piantati nel terreno dell’establishment.
Non a caso ieri, tra i primi siti web a dare la notizia della salita al Quirinale di Letta, c’era quello dell’Aspen Institute. “Letta, vicepresidente di Aspen Italia, è il presidente del Consiglio incaricato”, era la notizia che campeggiava in home page, con tanto di foto del protagonista affiancato da Angelo Maria Petroni, già consigliere d’amministrazione Rai e segretario generale Aspen, e da Marta Dassù, sottosegretario uscente del governo Monti e direttore della rivista Aspenia. Solitamente la foto più gettonata su quel sito è invece quella di Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia e presidente del prestigioso think tank che in Italia si dedica molto al “networking” sociale (e al quale partecipa anche Gianni Letta, zio del Letta junior). Trasversalismo e continuismo di Letta, comunque, non spiegano da soli l’adesione all’Aspen e l’interesse per gli affari internazionali. In queste settimane pre e post elettorali, secondo la ricostruzione del Foglio, proprio Letta è stato tra i leader politici più consultati dagli emissari stranieri a Roma. Ambasciatori di potenze economiche europee e occidentali lo hanno voluto vedere, così come leader di partito (tra cui il presidente dell’Spd tedesco, Sigmar Gabriel), per districarsi nel labirinto italiano. All’Ocse, poi, vanta solidi rapporti sia con il segretario generale, Angel Gurría, sia con il capo economista Piercarlo Padoan (presente in tutti i totoministri). Anche perché il premier in pectore è uno dei pochi politici italiani a essersi occupato sua sponte, prima che il dovere lo esigesse, di governance ed economia internazionali, circondandosi di studiosi italiani e non, animando incontri di rango – spesso via Arel, pensatoio citato ieri esplicitamente da Napolitano, fondato dal democristiano di sinistra Beniamino Andreatta e di cui Letta è segretario generale dal 1993 – ai quali ha partecipato di recente, come protagonista e interlocutore, anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi.
La laurea e un dottorato in Diritto internazionale al Sant’Anna di Pisa, d’altronde, inseriscono Letta in una cerchia di “quasi-normaliani” in cui figura ancora una volta Amato (che al presidente incaricato ha dovuto lasciare pure la presidenza della Pontignano conference, seminario a porte chiuse made in England), oltre ai più giovani e a lui vicini Andrea De Guttry e Fabrizio Pagani, professori, rispettivamente già capo dell’Ufficio legislativo e consigliere del giovane ministro alla fine degli anni 90, e infine Stefano Grassi, consigliere di Monti per gli affari esteri.
Quando Letta arrivò alla guida del dicastero dell’Industria nel 2000, invece, venne affiancato dal più esperto Fabio Gobbo, economista stimato e di sicura fede prodiana. Per semplificare: Letta il respiro internazionale l’ha un po’ mutuato da Andreatta, l’attenzione all’industria invece da Romano Prodi. (E Letta già nel 2004, in un libro scritto con Pier Luigi Bersani, volle anticipare il professore e prendere allora le distanze dalla signora Thatcher, sostenendo che “buone regole e buoni controlli fanno più sviluppo”). Vicinanza con Prodi e solidarismo cattolico – osserva però Giancarlo Galli, studioso della finanza, quella “bianca” in particolare – non fanno automaticamente di Letta un “bazoliano” a tutto tondo, e questo nonostante l’amicizia con Gregorio Gitti, deputato montiano e genero di Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo. Complici le sue esperienze di governo, Letta ha più dimestichezza con i colossi industriali (ex monopoli pubblici): Eni ed Enel nel settore energetico che pure da ministro ha contribuito a liberalizzare, e poi Telecom. Gruppi che da sempre finanziano Arel e VeDrò, e i cui capi azienda – Scaroni, Conti e Bernabè – hanno spesso partecipato, volentieri e da protagonisti, agli eventi organizzati dall’attuale presidente incaricato.